La testimonianza di Caterina, Jpo a Tosamaganga
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La testimonianza di Caterina, Jpo a Tosamaganga

Da tre mesi in Tanzania, Caterina racconta le sfide di lavorare come pediatria in un contesto a basse risorse

«A Tosamaganga, ho consolidato una certezza profonda: la salute deve essere un diritto fondamentale, universale e senza confini. Quando questo diritto viene negato, ci si trova davanti a una delle forme più crudeli
di ingiustizia sociale».

Ha 33 anni Caterina Garuti, di Modena, da marzo in Tanzania, nella regione di Iringa, dove lavora come Jpo. Un’esperienza intensa, a tratti difficile, che sta rendendo più profondo e consapevole il legame con la professione che ha scelto: la pediatria

«Qui povertà e ingiustizia non sono fredde statistiche. Hanno i volti reali delle madri che camminano per ore e ore con i figli in spalla pur di raggiungere un ospedale. Viverne ogni giorno gli effetti provoca un profondo senso di frustrazione, ma alimenta anche la mia determinazione a lottare per un cambiamento reale. Questa esperienza ridefinisce il concetto di essenziale e mostra come la salute globale sia un obiettivo fondamentale anche per combattere la disuguaglianza».  

Nelle sue riflessioni, prova a mettere in ordine le tante emozioni raccolte nei primi tre mesi di lavoro sul campo.

«La parte più difficile in assoluto è affrontare e sostenere il peso di decessi di neonati e bambini che in un altro contesto avrebbero potuto farcela. Guardare in volto una madre per comunicarle che il suo bambino è morto, essere presente e restare in questo momento più volte alla settimana. Non poter esprimere che poche parole di vicinanza… Siamo abituati a pensare che, di fronte a un peggioramento, ci sia sempre un’ulteriore macchina, una terapia intensiva avanzata o un farmaco sperimentale da tentare. Qui, scontrarsi con il fatto che un bambino possa peggiorare rapidamente e che non vi sia a disposizione una terapia intensiva pediatrica per sostenerlo è una prova emotiva e professionale durissima. Impari a fare il massimo possibile con l’essenziale -peraltro non sempre disponibile in tempi brevi per altro- che hai tra le mani».

La strada, tuttavia, è attraversata anche da tanti esempi di coraggio e di resistenza. Tante storie di vita che Caterina porta con sé:

«Ricorderò sempre il volto di una neonata prematura e della sua mamma che sono rimaste ricoverate per quasi 3 mesi. La piccola aveva bisogno di crescere ed arrivare alla soglia minima del chilo e mezzo che consideriamo accettabile per la dimissione. La madre, una donna di una pazienza infinita, è rimasta quasi 3 mesi chiusa dentro a una piccola stanza condivisa e molto calda, destinata al contatto pelle a pelle tra madri e neonati molto piccoli, per poterla vedere crescere di 10-20 grammi (e non tutti i giorni). Ogni mattina salutarsi sorridendo, chiedere alla mamma come fosse passata la notte e congratularsi dopo aver visto 10 grammi in più sulla bilancia… È la dimostrazione di come la vita spesso si aggrappi con forza più di quanto ci aspettiamo anche senza incubatrici di ultima generazione». 

Le storie che Caterina incontra ricordano che la salute non è “solo” una questione medica. È una questione di opportunità, di distanza da percorrere, di risorse disponibili, di luogo di nascita. Sono storie che, ci scrive, mostrano il volto di un’Africa che vuole migliorare con forza le proprie condizioni socio-sanitarie. Un continente che ha già fatto passi da gigante negli ultimi decenni e che continua ogni giorno a costruire un pezzetto di futuro più giusto per tutti e per tutte.

«Penso di tornare a Modena con uno sguardo molto più ampio, più orientato alla salute globale, consapevole delle differenze e complessità di approccio della medicina nel mondo.  Sicuramente con più capacità di ascolto, attenzione clinica e gestione dello stress. Penso inoltre che questa esperienza aumenti l’attenzione agli sprechi in ambito lavorativo ma non solo. E sicuramente mi piacerebbe che non fosse l’ultima esperienza di cooperazione con Cuamm».